Out of Serbia

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wrote this at the Zurich airport a week ago…

Out of Serbia, shall i say finally, out of Belgrade the city where i was born where i had a child, and other best and worst moments of my life! Yes, after almost 4 months of the corona clinch lockdown between a totalitarian president Vucic and a irresponsible tennis star acting as a role model Djokovic, dictating rules and moods…I think i am done with Serbia, not for good but as a nostalgia. Those things i remember fondly will still be in my heart and mind but they are gone, there is only a echo, an imitation of that life i am missing.
What is a writer who does not write? A woman who does whatever she does when she does not write. So i didn’t write much during the lockdown and all the news pouring in as black water, some fake some real, some true and many foolish and untrue. In good or bad faith it was maybe the most interesting period of my life even though it is my fourth lockdown, even through i went through sanctions bombing political persecutions. This was a world globalisation of the balkanisation . I read about plagues, pandemics and i come from a doctors a scientist family but i never thought i might live through one. Life is always different from the life in books but this time i was not tempted to write a diary in order to record the difference. First because everybody was writing not only diaries but books, there was nothing else we could do and everybody had something to say. The inner writer of human being, the voice of a single mind hurts as i always expected it would. It was more interesting to read, research and speculate than write just an observation from my window. Where i did sit with my binoculars watching the birds, the neighbours, the empty streets , the police patrolling , the random strollers not caring about this state of the world or it s troubles. And some of those moments i will never forget, as if i were a painter: a young man, a health worker coming back from the corona hospital, taking off his working protective gear on the terrace very shyly because we were neighbours and then sitting in the sun and drinking coffee and a glass of water. Just staring in front of him, without a smart phone, without a book, or binoculars. He wasn’t chilling out, he was recovering from the shock of being a corona health worker. In the evening a lot of people would applaud to those workers, but he never went to the terrace after the light was down. Maybe he had a night shift! Who knows, but after the lockdown was over i never saw anybody in that neighbouring flat again. It was locked just as the hospitals were.
I remember also the huge birds hovering over my terrace, never seen before in that part of town. I remember the ants all over my flat, also never before coming so high. My solitude was gratifying and sad at the same time. In those weeks two of my dear friends died alone of cancer , in the hospital…and an old friend died fo corona. Other victims were mostly numbers to me and everyday i was just hearing the numbers from the press. It was a day of rituals signed by numbers, just as during the bombings we had regular hours of alarm and when so called humanitarian bombings were late we missed them. The prison is made of a different perception of time, a very physical and musical sense of passage of time. Being a time obsessed person my sense got sharp and perceptive in this nothing but time flow.
This will never end what started a couple of months ago, other life and death situations will come in a different way stricken by new rules of living together with corona and each other. How will the children be born, nurtured, educated? Online? How will the cranks who refuse to be cured and vaccinated effect our survival. Killing us, or we them? How shall we older survive, if? Is it worthwhile to live without really living fully? Some live in denial refusing to change their stable lives even if they are based on lies, comfortable lies. Some will plunge into the new not remembering the old. And some will stay in between. Suspended in the mid air. Just like I am now, flying out of Serbia to some destination which doesn’t even matter, as long as it is out of Serbia and where i will be welcome. And among those who have the courage to face the truth! Only way to pull through with dignity!

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On Future Time

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On Time

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Intervista con un poeta

Nefertiti, la regina ferita. Fabio Pante dialoga con Jasmina Tesanovic

NEFERTITI, LA REGINA FERITA. FABIO PANTE DIALOGA CON JASMINA TESANOVIC

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Jasmina Tesanovic è un’attivista e scrittrice serba, che ha partecipato ai primi movimenti femministi nella Jugoslavia di Tito. Vive tra Torino, Belgrado, Ibiza e il Texas, anche se non ne sono certo. A Torino gestiva, assieme al marito e scrittore cyber punk statunitense Bruce Sterling, uno spazio architettonico anarchico e sperimentale chiamato Casa Jasmina, che non saprei come definire. Tecnologico. A-tecnologico. Letterario. Anti-letterario. L’ultima volta che ci sono stato, Jasmina e Bruce hanno cercato di spiegarmi come, secondo loro, la prima opera cyber punk della storia sia stata I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Jasmina tiene una rubrica su La Stampa intitolata Globalisti a Torino, e mi ha confessato più volte di essere la reincarnazione di Nefertiti, sulla cui vita ha anche scritto un libro.

Fabio Pante

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Sto leggendo un filosofo morale scozzese nato nel 1929, certo MacIntyre. Nella sua opera Dopo la virtù. Saggio di teoria morale (1981) immagina un evento apocalittico. Una catastrofe che colpisce irrimediabilmente il sapere scientifico. I laboratori vengono incendiati, i fisici linciati, i libri di scienza distrutti. Il potere politico abolisce qualsiasi forma di pensiero scientifico. Solo un gruppo di illuminati cerca di ripristinarlo, anche se sono rimasti solo alcuni frammenti. Una conoscenza degli esperimenti priva di riferimenti alla teoria, parti di teorie non collegate tra loro, mezzi capitoli, singole pagine di libri. Lentamente si cerca di rimettere insieme i pezzi ma nulla è più come prima. Sono scomparse molte delle credenze che l’uso e la conoscenza scientifica avevano apportato alla costruzione del mondo precedente. MacIntyre fa questo esempio per mostrare come una catastrofe di questo genere, che per quanto riguarda la scienza è niente più di un’ipotesi inquietante, per la morale è già divenuta realtà. Se la crisi morale dell’uomo contemporaneo espressa da MacIntyre, e la conseguente fine del peso che il dibattito intorno all’etica ha avuto nella storia dell’umanità dovessero trovare, anche solo in parte, un riscontro effettivo nella realtà attuale, allora lo stesso discorso può essere fatto a proposito della scrittura, intesa come forza in grado di creare modelli culturali, anche antagonisti.

In realtà la tesi del filosofo citato sulla frantumazione, atomizzazione e perdita della scienza mi colpisce molto di più di quella sulla letteratura. Sono rimasta scioccata dall’attuale trend mondiale contro la scienza, e ancora di più dal fatto che questo trend sia arrivato spesso e volentieri da gente colta, intelligente, e che conosco intimamente. Artisti, scrittori, attivisti, per la maggior parte donne. Da un po’ di tempo volevo scrivere su questo, ma non sapevo da che parte iniziare: i no vax? Il fatto è che io provengo da una famiglia di dottori e di ingegneri, ho visto mia madre pediatra combattere per la vita di bambini; mi trascinava nei paesi più remoti per vaccinarli, istruire i loro genitori, spiegare nelle scuole. Non è bastato. Poi è arrivata la pandemia! Ne avevo scritto già in gennaio per La Stampa che sarebbe stato un disastro. Per la cronaca, io non me la prendo con il virus in sé, ma con ogni parola pubblica o privata antiscientifica, basata sul fai da te. Questo atteggiamento diffuso credo abbia a che fare con la paura verso l’ignoto, verso la morte, la propria morte. Si cerca una falsa sicurezza e la si trova nell’ignoranza, nelle risposte facili, perché la scienza, infine, non può darti sempre risposte esatte. Chi si ostina contro la scienza che non sa spiegare la morte a livello filosofico, crea delle proprie filosofie spicciole, per trovare conforto. La pandemia, oltre ad avermi colpito a livello fisico, mi ha anche dato un taglio molto preciso sul pensare da ferma: no more bullshit but a lot of tenderness. Ho perso degli amici cari, mi si è spezzato il cuore. La scrittura, la letteratura per me sono una conseguenza dello stato generale della conoscenza. Non c’è un happy end, e nemmeno un end. Con la pandemia probabilmente riuscirò a scrivere del mio dolore per la fine del mondo illuminato, della paura per la caccia alle streghe. La scrittura è uno specchio.

Spesso mi sento come un cavallo di troia, ma a differenza di quello raccontato nei vecchi miti, io non credo che riuscirò ad entrare nella città per cui ne ho immaginato e giustificato l’esistenza. Non so se questa visione evochi anche in te qualcosa. Credo che la condizione esistenziale che voglio esprimere con la similitudine del cavallo di troia sia comune a molte persone che tentano la strada impervia del Linguaggio. Di ogni Linguaggio che vuole creare un senso del mondo, una casa fatta di parole. Ognuno a modo suo ci prova almeno una volta nella vita. Una lettera scritta a mano o al computer per amore. Un diario dimenticato. Un romanzo mai finito.

Da piccola volevo fare “la Shakespeare”, cioè avere una compagnia di scrittori e attori che girava il mondo rappresentandolo. Da grande volevo avere un banco dove la gente veniva da me e ordinava lettere d’amore o di odio. La Cyrano! Infatti, l’ho fatto più di una volta. Ricordo quando ho fatto da Cyrano alla mia miglior amica che si era innamorata di un poeta… si sono messi insieme dopo una lunga corrispondenza dove io scrivevo i suoi pensieri e sentimenti. Quando poi lui morì, io piansi con lei, e anche se lui quasi non mi conosceva, io sapevo quasi tutto sulla sua vita.

Non so se bisogna sentirsi frustrati per non riuscire ad entrare nel mainstream, alla fine il linguaggio è come un cavallo pazzo, non si può domare, corre di fronte a noi ed il mainstream in realtà non esiste. O scrivi ancora dopo vent’anni o smetti, non esiste l’opzione del raggiungere un traguardo. Anche se sei uno scrittore affermato, arrivi a questo punto.

Tutte le volte in cui ci siamo incontrati, mi sono sentito a casa. Il volto di una persona è rassicurante. È difficile l’apertura: chiudersi nel proprio ego è più semplice. Sembra che la scrittura trovi i suoi frutti migliori nella solitudine. Ma forse non è così.

Io credo in tutto quello che precede la scrittura. Non credo nelle università, o nei corsi di scrittura creativa. Sono stata sia allieva che professoressa nei centri più prestigiosi del mondo e sono scappata, senza scrivere una riga. La scrittura nasce per le strade, in the gutters, nell’anima grassa, tormentata di noi europei oppure molto magra e superficiale dei nord americani. Se non hai niente da dire, meglio ascoltare. Lo scrivere è un lavoro solitario ma anche un lavoro amatoriale che non si può professionalizzare MAI, non si può imitare mai nessun altro nella scrittura. La solitudine serve per non essere disturbati dalle voci più potenti che percepisci nel momento in cui scrivi. È come non poter cantare la tua canzone mentre ascolti ad alto volume il Requiem di Mozart.

Tento di definirti. Sei una femminista, con una visione complessa nei confronti del cambiamento radicale che i più recenti sviluppi tecnologici hanno portato e porteranno all’umanità. Internet of Women Things, è una tua definizione, sicuramente celebre negli ambienti misconosciuti delle avanguardie post-cyber punk. Quando vado dai miei genitori, persone che non hanno interessi particolari verso le ultime trovate del progresso tecnico, trovo che sono naturalmente e totalmente immersi nel regno tecnologico contemporaneo, alla stregua di un’estensione del proprio corpo. Io paragono la tecnologia alla poesia. Le vecchie generazioni di poeti guardano con sospetto alle nuove. La poesia, come la tecnologia, oltrepassa infinitamente l’uomo.

Molto interessante questo paragone fra poesia e tecnologia. Il pensiero è come un virus, le parole sono contagiose. Ho sempre usato e considerato la tecnologia come tool, come enhancement della mia mente. Ma la tecnologia esiste da sempre, a partire dall’antichità, ed ha strutturato la società, la politica, la divisione delle classi. Adesso con la scienza frantumata e atomizzata dove il dottore dell’orecchio destro non è capace di curare l’orecchio sinistro abbiamo bisogno di un concetto della tecnologia “leonardiano”, the big pictureche comprenda sia la concezione del mondo astratto che quello concreto. La visione! La tecnologia diventa lo spazio in cui fioriscono visioni utopistiche e distopiche della realtà presente e futura. È meglio conoscere i propri mezzi di riproduzione che esserne clienti, users, vittime. Questo è il concetto dell’Internet of Women Things. Credo che le donne siano sempre state le prime a percepire i cambiamenti, perché più inclini ad essere responsabili verso ciò che è rischioso. Ma dato che parli dei tuoi genitori, direi che le generazioni di prima avevano più fede nella visione della tecnologia rispetto a quelle di oggi. Anche se ne sapevano di meno.

Due mesi fa, in piena quarantena, ho postato su Facebook queste frasi: “Sto pensando di partire a piedi. Raggiungere tutte le capitali d’Europa. Incontrare i Poeti delle Nazioni. Radunare un esercito di Amazzoni. Abolire le ambasciate. Amare. Perdermi”. Se dovessi associarle ad una persona, tu saresti sicuramente una candidata ideale.

Grazie amico dell’anima e onde cosmiche… io da anni già vivo così, in isolamento, in quarantena dai virus umani e altri, cercando di capire certi nodi e conquistare la pace interiore, una realtà ideale. Ovunque io sia cerco di creare questa oasi, mi muovo sempre a piedi, of courserandom encounters… che poi non sono mai random perché il corpo sa più cose di quelle che ci arrivano dalla mente limitata dai pregiudizi sociali, da una forma espressiva imposta dalla lingua nativa nazionale, e da un’infinità di altre costrizioni.

Torna presto, Jasmina!

Ma dove sei tu, io sono ancora ingabbiata sul Danubio, a Belgrado, da nuove frontiere, da un ginocchio rotto, ma presto andrò, non so ancora dove però.

Intervista a cura di Fabio Pante

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Women Who Abdicate

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