Come un’oca nella nebbia

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Come un’oca nella nebbia. Storia ed evoluzione di un’idiota tecnologica

REFF: Autori, copyright, distribuzione: ci racconti la storia del tuo famoso “Diario”?

Diary of a political idiot [1] è il titolo del mio libro, quello più tradotto, quello che è stato distribuito senza il mio nome. Io sono online dagli anni ’90, da quando sono iniziate le guerre in Serbia. In quel momento non capivo le cose che succedevano intorno a me, né perché succedessero. Così mi sono data quel nome, idiota politica, usando un espediente retorico: nella Grecia antica, idiota non significa mentecatto o stupido. Significa semplicemente che non sei informato e non partecipi alla vita politica pubblica. Io mi sentivo così. Scrivevo quel diario tutti i giorni. All’inizio lo scrivevo per me stessa, visto non sapevo cosa altro fare. Quando sono cominciati gli anni bui nella ex Jugoslavia, in Serbia e in particolare a Belgrado – la città dove abitavo e dove la violenza e le guerre nascevano – la vita quotidiana era sparita: dovevamo inventarci una quotidianità . Essendo una scrittrice, l’unica possibilità per me era scrivere. Inventare una storia, però, non aveva senso: le cose che vedevo tutti i giorni superavano la fantascienza. Era già il futuro, la distopia assoluta: tutto quello che la science fiction descriveva stava succedendo davanti ai miei occhi, come il crollo della civilizzazione, della vita quotidiana. Non c’erano i tram, non c’era il petrolio, non c’era la benzina. E quello che mi rimaneva era internet. Ci stavo già e non ci ho pensato troppo: la usavo. Avendo vissuto in tanti paesi diversi e non possedendo una vera lingua madre, mantenermi in contatto con tutte le persone che conoscevo era stare su internet, ed era realmente la mia “patria”…

Così, dall’idiota politica che ero sono diventata anche un’idiota tecnologica. Non sapevo niente di tecnologie e non mi interessavano in sé. Però i primi soldi che ho guadagnato anni e anni fa, da giovanissima negli anni ’70, li ho spesi per comprarmi una Sony portatile: volevo fare la mia video arte indipendente. Avere un’automobile non mi importava. Infatti negli anni ’80 il mio secondo acquisto è stato un pc. Era un modello Toshiba portatile: aveva le pile e le batterie, così potevo muovermi da un paese all’altro. E lo chiamavo Toshiba Tesanovich: era blak ed era gay. Primo perché era nero davvero. Secondo, io lo vedevo così: un po’ uomo e un po’ donna. Per me era come mio fratello. Dimenticavo, era anche contrabbandato… Fatto sta che internet, oltre alla mia patria scelta, era anche il territorio comune per i pacifisti di tutta le ex-Jugoslavia. I confini erano stati riscritti – non si poteva viaggiare nella Serbia, in Croazia, in Slovenia: i nuovi confini di guerra, dove si sparava. Per noi comunicare, aggirare i governi nazionalisti che davano informazioni falsate, era comunicare attraverso internet e raccontare quello che succedeva a noi nel nostro paese. Internet era la possibilità di fare informazione alternativa. Quei pochi che possedevano l’uso di questa tecnologia sono diventati di colpo importantissimi. Io questo non lo sapevo all’inizio. Scrivevo la mia lettera giornaliera ai miei amici sparsi per il mondo che mi chiedevano “come stai?”, per non farli preoccupare. In inglese, naturalmente, e ho raccolto tutti i contatti dei miei amici in una lista, per comodità . Dopo un paio di mesi, non so quanto esattamente, una mia amica che viveva in Inghilterra, un’artista elettronica iscritta alla lista di Nettime [2], mi informa che i miei scritti stanno girando online. Ho risposto che era impossibile, ma la mia amica ne era certissima perché riconosceva sia il mio stile sia quello che raccontavo. A me, francamente, sembrava che chiunque in quel momento potesse scrivere le stesse cazzate, era quello che vivevamo tutti: ti svegli la mattina, ti chiedi dove trovi i soldi, dove cambi i pochi marchi o lire che hai per comprare il pane. Le banalità del quotidiano erano i miei problemi: in quei momenti non pensi alla critica politica, pensi alla sopravvivenza. E poi dal piccolo parli anche della banca che è chiusa, di dove sono andati a finire i risparmi di tutta una vita, e come è possibile che devi pagare l’elettricità quando nemmeno arriva. In situazioni di guerra è questa la quotidianità : sapere che le medicine sono finite e che tua figlia deve essere operata, dalle cose comiche a quelle drammatiche…

Tornando ai miei scritti, alla fine mia amica si convince: quella donna non ero io. Poco dopo dalla Svezia, un’altra mia amica mi dice la stessa cosa: stai pubblicando il tuo diario. E me lo rimanda. Io lo leggo, ma senza prestarci realmente attenzione. Primo, ero troppo nervosa. Secondo, una volta che scrivo un testo e lo invio (sai, quando schiacci quel “to all” ed è tutto finito, te ne dimentichi), quel testo è una cosa che a quel punto possono usare tutti come vogliono, e non mi interessa. Terzo, non c’era il mio nome: qualcuno lo aveva tolto per proteggermi, perché poteva essere pericoloso scrivere le cose che scrivevo stando in Serbia. Era quello che pensavano loro, ed era anche vero). Effettivamente rileggendo quel testo mi dicevo: “certo che questa donna scrive proprio come me…”. Ma ancora non la riconosco. Non mi identifico del tutto: pazzesca questa cosa, no? E va avanti per mesi! Finquando una donn mi scrive una mail dalla Croazia dandomi la seguente spiegazione: “Cara Jasmina, ho tolto io il tuo nome dal diario e l’ho postato ovunque…”. A quel punto capisco che il mio diario è tradotto in non so quante lingue, pubblicato su non so quanti siti, che era finito su Nettime e che la lista lo stava distribuendo sul serio… Faccio una mappa e mi rendo conto che è il mio diario, e che ormai è citato ovunque nel mondo. E mi ritrovo famosa dalla mattina alla sera, perché la gente si chiedeva chi fosse in realtà quella donna. Così mi sono fatta avanti: “sono io!”. Era così, non lo sapevo. Non sapevo di essere famosa. Non sapevo che avevo tre libri pubblicati in tre lingue diverse: il primo era in America Latina in spagnolo, una lingua che non sono nemmeno in grado di leggere. Così, mi sono ripresa in mano questo diario e soprattutto l’identità della donna anonima che lo aveva scritto. È una storia incredibile, però è vera.

Il modo in cui questo libro è arrivato ad essere distribuito in libreria è proprio l’opposto del processo classico: è avvenuto tutto dopo, dal riconoscimento del mio nome ai contratti. Essendo una scrittrice professionista ho avuto a che fare con gli editori classici e so come funziona: ti chiedono il manoscritto, ti dicono che ti danno un po’ di soldi in anticipo, però non devi pubblicare con nessun altro. Infatti ad un certo punto si è fatta viva la rivista Granta, che ha una tiratura enorme. Volevano pubblicare il diario ma ad una condizione: non dovevo più pubblicare su internet. Ho risposto che la cosa era già fuori – per inciso, pagavano benissimo a quelle condizioni – e che preferivo rinunciare ai soldi piuttosto che ai lettori. Anche perché in quel momento per me i lettori volevano dire la salvezza, l’incolumità fisica. Se qualcosa mi poteva proteggere dall’essere ammazzata in Serbia negli anni ’90 era la mia identità pubblica: sapevano che ero Jasmina Tesanovic e che tenevo quel diario. Non esagero quando dico queste cose: non ero la prima in lista, certo, ma ero fra i personaggi scomodi. Alla fine Granta ha deciso di pubblicare alle mie condizioni, perché era il primo e l’unico caso del genere: si rendevano conto che la gente non avrebbe perso interesse perché tutto era online. Semmai il contrario: possedere una copia del libro era legato ad un processo diverso. Lo stesso valeva per le traduzioni. La versione “rivista” del diario è molto più letteraria di quella cosa che scrivevo di getto senza nemmeno rileggere e usando solo il “check spelling” automatico. Non avevo tempo. E se per questo nemmeno le linee telefoniche e l’elettricità che andavano e venivano: anche se il pc ha le pile, le devi caricare prima o poi. E andavo avanti così, correndo da una parte all’altra di Belgrado con i mio Toshiba Tesanovich nascosto nella borsetta per non farmi vedere dalla polizia. Chiedendo a tutti se avevano l’elettricità per caricare la batteria. E poi cercavo una casa che avesse le linee telefoniche, mi attaccavo e riuscivo a inviare il diario di quel giorno. Non avevo tempo di pensarci. Scrivevo (per fortuna in inglese: a quel tempo, senza Google Translatore la lingua era una vera barriera). Correttore ortografico e via. Poi gli editor hanno fatto il loro lavoro: spiega di più questo, riscrivi quello… A dieci anni di distanza, avendo tutte e due le versioni, preferisco l’originale – la cosiddetta “grezza” – quella immediata: era come un Twitter antetempo. Possedeva quell’immediatezza che si percepisce subito dal testo e quando lo ripensi come un discorso letterario perde molto. Infatti questo scrivere online, questo scrivere immediato, ha cambiato la letteratura e per me lo ha fatto nella direzione che ho sempre desiderato. Io sono molto grata a internet perché ha cambiato anche la leadership, ha cambiato la gente che legge. Che non si aspetta più da te per forza formule letterarie finite, con frasi esatte e perfettamente comprensibili. A volte la frase non ha un “senso” se non quello emotivo. Non sempre tutto ha senso. C’è il senso del poi e senno del poi. Questo a me piaceva molto, proprio come medium. E io, pur provenendo da un background letterario, considero queste forme letteratura: non voglio dire che è “di più”, ma non accetto che sia “di meno”. È Qualcosa diverso, che a volte può essere arte come letteratura se uno è disposto a recepirla. Se no pazienza, non desidero convincere nessuno.

Ma per descrivere questo mio passaggio attraverso la storia e la tecnologia, e il suo gran finale, userò un proverbio serbo: Jasmina Tesanovic è l’oca nella nebbia. Camminavo così, andando avanti con decisione. Sapete come sono le oche? Sono animali molto belli, e non sono stupide. Sono coraggiose e spesso anche violente. Come dire: sanno essere molto “autoctone” e usare i gomiti – o meglio le ali – per andare avanti. E io facevo così. A volte girando su me stessa, a volte facendo dei passi indietro, a volte andando diritta. Non importa come, ma io i mezzi li uso. La tecnologia la uso. In quel senso sono stata sempre in anticipo, ma solo guidata dalla necessità . Grazie alle dittature che ho subito sono diventata una political idiot (e ho scritto il libro che mi ha reso famosa). Allo stesso modo, grazie alla dittatura sulla comunicazione ho dovuto usare i mezzi più diretti e immediati, e sono diventata tecnological idiot. Da idiota, ma le tecnologie le usavo!

Ed ecco il gran finale di questa oca nella nebbia. Un po’ di anni fa è arrivato un tizio a Londra – non ricordo come si chiama, comunque un teorico, un filosofo di internet – che ha scritto un libro dove ero descritta come la prima blogger di guerra al mondo. Addirittura, dopo la pubblicazione del mio diario, negli Stati Uniti si è formato un partito che si chiamava il partito degli idioti politici. È bellissima questa cosa, quello che scopri dopo… Poi sono andata in Svizzera, a una conferenza di Bruce (il mio famoso marito, perché lui è famoso e io no: e infatti ero lì come la moglie del “famoso”! [n.d.t: ride]). Lo stavano intervistando in una radio-diretta e ad un certo punto il conduttore mi riconosce: “Ma tu sei Jasmina Tesanovich, ti voglio assolutamente intervistare! Tu sei una leggenda, sei la prima blogger di guerra!”. Ed era una radio mainstrem, non un canale underground: il tipo aveva letto la mia storia sui libri, in testi che parlavano dell’evoluzione di internet e dei blog. Ero una blogger prima che la parola esistesse.

REFF: Scrivere significa raccontare una storia, e una tendenza attuale che sembra svilupparsi osservando fenomeni come Twitter piuttosto che Facebook è quella di vivere in un presente infinito. Perdiamo, in questo senso, la profondità del racconto storico?

Paliamo di Twitter: sono stata fra le prime a usarlo. Ho ancora l’account “Jasmina Twitter” e adesso è proibito perché ormai siamo in troppi. Ero in quel primo gruppo. Io credo che senz’altro il mezzo determina il contenuto: è un discorso che ho affrontato avendo studiato l’arte, la forma e il contenuto. Twitter lo puoi usare mettendo la referenza al sito, non solo come comunicazione in real time. Mi ricordo che all’inizio la modalità più diffusa erano i messaggi interpersonal: “ciao, come va?”, “dove stai? Io sto qua” etc. Per esempio la prima volta che l’ho usato, ero con Bruce nella stessa camera, a distanza di un metro come noi adesso. Gli ho mandato un messaggio, una di quelle cose completamente private. Per fortuna non pornografiche, ma intime sì – qualcosa che non pubblichi. E lui mi ha risposto allo stesso modo. Bene, nell’arco di tre giorni, quel messaggio è finito su Google al primo posto. Quello che mi chiedo è come e perché. Parliamo un po’ della privacy, parliamo del discorso politico e para-politico, ma parliamo anche dell’impatto enorme che ha una tecnologia come Twitter. Quando ho visto su Google quel risultato ho pensato che bisognava stare attenti, ma che bisogna usare quella potenzialità . Con tutto il lavoro letterario che ho fatto, tutti i premi che ho preso, nella classifica di Google c’era quello – e lo sappiamo: giusto o no, Google determina la fama ed è un punto di riferimento globale. Tu poi scrivi quello che vuoi, profondo quanto vuoi… Anche se a me le parola profondo non piace. Credo che la cosa più profonda del corpo umano sia proprio la pelle, è l’organo più sensibile che abbiamo: di ciò che abbiamo dentro non me ne frega niente; delle budella, del mio cuore io non me ne rendo conto. Quello di cui mi rendo conto è la mia superficie: per questo io parlo sempre della profonda superficialità del discorso umano. Quindi ho iniziato a usare Twitter come un propagatore, come qualcosa che manda in orbita il tuo blog, il riferimento al tuo libro eccetera. Uno strumento con cui puoi fare un’azione politica immediata, una manifestazione di massa, o qualsiasi cosa. Una persona che fa helping media ha citato come esempio il modo in cui ho usato Twitter anni fa. Si trattava dell’attentato al mio amico giornalista con cui scrivevo di questo processo ai paramilitari [3] – politicamente molto pericoloso, tanto che gli avevano messo una bomba sotto casa. Ho pubblicato subito su Twitter un testo con i dati precisi e probabilmente se non fosse stato per quello lo avrebbero ammazzato. Per fortuna la conseguenza è stata che il mio amico oggi è a Bruxelles sotto protezione internazionale con la sua famiglia: salvare una vita. Quindi in questo senso io non ho paura della tecnologia. Da semplice user, so che un pc non cambierà il mio modo di pensare, di vivere, di amare più o meno mia figlia. Francamente, ma preferisco avere le mie amicizie “vive”, non via internet. Preferisco bere il vino che chattare. Tutt’ora trovo la mia vita fisica molto più presente della mia vita virtuale. Non sono una che soffre se non sta online. E credo che tra poco noi pagheremo per non essere online. C’è un abuso, anche se io non ho paura delle tecnologia: la uso come uso gli areoplani, le macchine. Come noi umani usiamo tutto quello che abbiamo creato.

REFF: Pagare il conto: interessante. Usiamo le macchine e questo significa un costo ambientale e così via. In realtà c’è una sorta di menzogna consegnata agli utilizzatori: sistemi come Twitter, Facebook, Google possono essere usati in modi molto positivi come dici, ma vengono presentati come alternative valide per una serie di pratiche sociali, oppure nell’ottica dell’ambizione come modelli economici sostenibili, nuovi e alla portata di tutti, anche se l’unico modo di fare soldi di Google rimane ancora oggi la pubblicità . Cosa ne pensi?

Penso che per fortuna esistono gli attivisti come voi e come me, in questo senso. Prima di tutto devo dire che il danno più grande che ho pagato a internet e al mio laptop è stata la mia spalla. Quando è uscito il wi-fi l’ho subito sperimentato a casa, e ho avuto la cosidetta sindrome wifi: mano e spalla paralizzate. Faceva malissimo e la malattia ha un nome specifico che deriva dall’usare troppo internet senza il mouse e senza il gomito appoggiato. Lì ho capito che dovevo stare attenta e scrivere in una posizione decente, se no correvo il rischio di rimanere un’invalida fisica dell’internet e nessuno mi avrebbe dato una pensione: non credo sia prevista. Non voglio nemmeno alle ripercussioni a livello mentale, ma a quello fisico ci sono voluti tre mesi di riabilitazione. Sono andata in montagna, dove non c’era internet, non c’era il wifi e facevo gli esercizi. Ero persino andata dal chirurgo – quello che mi aveva diagnosticato la sindrome. Il problema è usare qualcosa per cui il corpo non è stato disegnato. Perché il nostro corpo non è stato disegnato per usare un laptop sulla tua pancia con le onde elettromagnetiche che ti attraversano: chissà quanto fanno male quelle… Quindi il primo danno che ho pagato è quello fisico. Per quanto riguarda quello sociale, come lavoratori, pubblicando liberamente online noi scrittori professionisti abbiamo scavato la nostra fossa a livello economico. Lo capisco adesso perché per tutti è difficilissimo farsi pagare. Non solo io, che non sono una scrittrice commerciale e non lo sono mai stata – motivo per cui scrivevo sempre su internet: sapevo che ero diversa da uno scrittore commerciale e che non avrei trovato mai un editore “normale”, anche perché non avrei mai potuto scrivere quello che volevano loro. Lo stesso sta avvenendo agli scrittori commerciali e sono pochissimi quelli che sopravvivono. I giornali idem: il NewYork Times è down. Se uno dei migliori giornali che esiste al mondo, uno dei pochi che fa realmente informazione, sta perdendo terreno c’è un problema. Io lavoro per loro e so benissimo cosa vuol dire professionismo rispetto a quello che non è professionismo giornalistico: è quello di cui abbiamo veramente bisogno, giornalisti e giornalismo investigativo, d’inchiesta, di quello dove non puoi mentire se no finisci in galera. Ecco, con internet siamo riusciti a seppellire questo, oltre le nostre piccole e vanitose identità di scrittori. Ed è un disastro, anche se bisogna seppellire i morti e andare avanti e vedere cosa viene fuori.

Come scrittrice ho sempre scisso il mio lavoro creativo, artistico – chiamatelo come volete – dai soldi. Era troppo oppressivo. Se io dovessi vivere del mio lavoro artistico, di una scrittura commerciale capitalistica, oppure scrivere per il padrone di qualsiasi socialismo di stato, sarei finita. Anche se ti danno dei grant per scrivere un libro – e io ne ho avuti – alla fine il libro non l’ho scritto. Mi è successo due volte e a quel punto ho deciso di non prenderli. Un grant a posteriori va bene; a priori no. Mi sentivo così: “oddio ho preso i soldi, adesso devo scrivere questo romanzo”. Ero in Haiowa, in una delle università più prestigiose per write recidence dove pieno di Nobel e non sono riuscita a scrivere una riga, capite! I libri non si scrivono in laboratorio. Non è che vai in ufficio, pagata a ora, e scrivi un romanzo. Io non ho mai scritto così. I libri si scrivono da un bisogno che viene da dentro. Così ho deciso di non farlo, di slegare sempre soldi, arte e creatività . Spero che riuscirò a sopravvivere. Non so come, ma ci si riesce. Secondo me bisogna prendere in considerazione questi secondi e terzi piani che si sviluppano nella cultura internet. Mi spiego meglio: se io non vengo pagata per il mio libro, verrò invitata ad una conferenza, dove forse non verrò pagata ma conoscerò altra gente che mi inviterà ad un’altra conferenza e magari faremo dei progetti insieme, anche commerciali. Questo è il secondo piano. Il terzo piano io non lo conosco nemmeno, ma so che esiste. È dove le cose si mettono insieme grazie alla cultura della rete. E poi ti accorgi che per una cosa che hai pubblicato dieci anni prima, a Belgrado oppure mentre stavi a NY, una ragazza in Giappone ha fatto una tesi di laurea sul tuo lavoro. Una cosa che è successa veramente: senza entrare nei dettagli, il risultato è che il mio libro verrà pubblicato in Giappone. Quindi sarò invitata in Giappone, oppure esponenti del femminismo giapponese arriveranno in Serbia. Oppure diventerò il ministro del femminismo in Serbia, o in Giappone. Sono quei risultati a lungo termine di una cultura che bisogna senz’altro sostenere. Noi lo stiamo facendo gratis, però appunto non del tutto. Abbiamo una soddisfazione e delle opportunità .

Quello che non abbiamo è il controllo. E il potere. Quello sì, ce l’hanno Google e altre grandi piattaforme come Facebook, che non ti danno nemmeno la possibilità di cancellarti. Per esempio il mio caso su Facebook, che mi ricorda il Seppukoo [4], quell’opera che parla del suicidio virtuale. Bene, su FB ho una pagina aperta dai fan. E su quello non c’è problema. Però esiste un altro account col mio nome che non ho mai aperto, o forse l’ho aperto per sbaglio come sostiene mia figlia (d’altronde quando le interfacce mi chiedono se sono d’accordo a qualcosa, io dico sempre sì, sì, sì… Così ho perso due terzi di un romanzo, la traduzione di un libro di Calvino e una pièce teatrale che ho riscritto in una notte…). Insomma per tornare a Facebook, io non so cosa ho fatto ma non riesco ad ammazzare il mio account. Torna sempre. E la gente ci mette cose che io non desidero, tante informazioni private, alcune vere, altre che non sono vere. Come Wikipedia. Ogni tanto trovo il nome dei miei amanti: anche lì, alcuni sono veri altri non sono veri, altri mi piacerebbe che fossero veri. In ogni caso quella è la mia intimità . Io per fortuna su questi temi faccio workshop e performnce artistiche femministe. Però che mia figlia che mi chieda: “ma mamma, è davvero stato il tuo amante?”, potrebbe non andarmi bene. Ad un certo punto, è uscito sul mio profilo di Wikipedia che mia cugina è morta per droga e che ero stata io a introdurla alle droghe, perché vivevo a Roma negli anni Settanta. In quel caso volevo realmente uccidere qualcuno, ma non sapevo “chi”. Sono cose che danneggiano emotivamente, cose veramente pericolose, ed esiste senz’altro qualcuno che esercita un potere. Ecco, come arrivare ai centri del potere che sono stati monopolizzati: questo è un discorso politico che bisogna fare. Ed è per questo che sono tornata di nuovo a darmi da fare nell’attivismo internet. Prima lo facevo molto di più sulle piazze, col femminismo. Quando negli anni ’70 ho comprato la mia Sony portatile con tutti i risparmi che avevo e che erano un sacco di soldi a quel tempo (ero giovane, ma avevo fatto un film e venduto una sceneggiatura che era andata molto bene), un’altra persona forse avrebbe comprato una casa (che io non avevo). Io ho comprato una telecamera con tutte le luci, l’ho portata a Belgrado nel centro culturale studentesco, che ospitava un’importante scena artistica – gente come Marina Abramovich e molti altri. Abbiamo iniziato una produzione culturale indipendente di video arte. Perché per me quello era il punto: avere i mezzi di potere artistico nelle proprie mani. Per non essere costretta a chiedere a qualcuno anche pochi soldi per la mia idea, un idea che forse non diventerà mai un’opera d’arte. I primi lavori che abbiamo realizzato erano appunto “l’oca nella nebbia”. C’era questa video camera con un monitor vicino, però piccola, portatile con un sacco di cavi (non c’era ancora il wifi) e ci siamo messi a sperimentare con questo kit. Con i primi pezzi che ho fatto mi sono concentrata sull’interattività , opere a cui tutti potevano partecipare. I nastri duravano mezz’ora e l’opera consisteva in questo: mezz’ora in continuum che girava e tutti quelli che entravano in galleria, anche gli spettatori, potevano prendere la videocamera e girare. Alla fine per poter girare dovevi cancellare qualcosa: e il cancellare e girare qualcosa e scegliere come inserirti nel flusso era già un montaggio. Il tutto è durato 24 ore, senza dormire. Ne è venuto fuori un pezzo d’arte collettivo bellissimo. Io da sola o nessuno da solo avrebbe potuto fare una cosa così viva. E questo è nato da una tecnologia nuova, da un potere nuovo. Se non avessi avuto la mia video camera da mettere in galleria, certo nessuno avrebbe finanziato un progetto del genere: troppo rischioso, ridicolo… Appropriarsi dei mezzi ed evitare il controllo, sia politico che estetico – che alla fine è la stessa cosa. E i modi in cui possiamo farlo cambiano esattamente come i modi in cui ci controllano. Loro sono furbissimi. Potremmo vivere un 1984; è una possibilità che non mi sento di escludere.

REFF: Una cosa per cui ci battiamo tantissimo come la proprietà intellettuale, le licenze libere, la disponibilità di conoscenze e contenuti, viene definita dal presidente di Creative Commons Joy Ito come “ciò che permette di abbassare i costi economici sulle transazioni finanziarie online”. Che è una definizione con un linguaggio, un’estetica molto definita. Cosa ne pensi?

Io ho pubblicato ultimamente tutti i miei libri in Creative Commons, credo di essere fra primi autori che hanno scelto questo tipo di licenze. Non ho visto una lira e non mi aspettavo nemmeno una lira. Però quello che so dire senz’altro è che il libro ha venduto. Ma faccio un passo indietro. Diversi anni fa ho creato una casa editrice, la prima casa editrice femminista nell’Europa dell’Est. C’era la guerra, quindi un’impresa difficilissima, e l’abbiamo fatto senza soldi. Perché? Nessuno pubblicava più niente che valesesse la pena di essere pubblicato. Allora ci siamo dette: dai facciamola lo stesso, anche senza niente. Chiediamo alla gente di scrivere, proviamo a cercare dei piccoli grant. Chiediamo di prenotare la copia così riusciamo a pubblicare. Poi tutto gratis, tutto, tutto gratis. Così siamo riusciti a fare una comunità quasi Creative Commons. Partecipando, mettendo in moto il meccanismo di prenotazione della copia ad un prezzo bassissimo, un terzo del prezzo di un libro distribuito in libreria (perché è la distribuzione che costa). Abbiamo eliminato la distribuzione, i redattori, l’ufficio. Senza pagare queste cose, ti rendi conto che 200 libri venduti finanziano il libro. Ciò significa che per quei primi 200 lavori gratis, ma il resto sono un guadagno che puoi iniziare a ridistribuire. Io in quel momento avevo già pubblicato un sacco di libri sia come traduttrice che come scrittrice. Allora ho capito quanto sono stata derubata. Perché tutta queste gente che stava negli uffici, nelle librerie prendeva tranquillamente dal mio libro l’80% del guadagno: agli autori arriva un 15% e devi essere famosissimo, se no si parla del 3-4-5%. Il meccanismo interessante di Creative Commons è che il libro può essere riprodotto senza essere alterato. A me piaceva in particolare perché ho sempre avuto il problema di riprodurre libri altrui: i grossi editori non te lo permettono, al massimo ti danno pochissime pagine. Tornando al libro e alle case editrici, questo oggetto quando entra in un ufficio deve pagare dei costi: quella che non ha preso niente sono stata io. Francamente non ho una soluzione, né una risposta. Posso solo dire che sono anche una Creative Commons Idiot, fra i primi a buttarmi per scavare la mia fossa di scrittrice. Ma so benissimo che le case editrici ti fanno pagare la luce dei loro uffici. E io non voglio pagare la luce di nessuno. Solo la mia. Perché è che quella illumina il mio testo e il mio computer.

Note

[1] J. TeÅ¡anović, Diary of a Political Idiot, Cleis Press, San Francisco 2000. Tradotto in 12 lingue, in italia il libro è stato pubblicato con il titolo Normalità . Operetta morale di un’idiota politica, Fandango, Roma 2000.

[2]Â http://www.nettime.org/; Mailing lists for networked cultures, politics, and tactics.

[3] J. Tešanović, Processo agli Scorpioni, Stampa Alternativa, Viterbo 2009.

[4] Seppucoo.com: opera di Les Liens Invisibles che consiste nel suicidio rituale dei propri profili Facebook.

About Jasmina Tešanović

[EN] Feminist, political activist (Women in Black, Code Pink), translator, publisher and filmmaker. She was one of the organizers of the first Feminist conference in Eastern Europe “Drug-ca Zena” in 1978, in Belgrade. With Slavica Stojanovic, she ran the first feminist publishing house in the Balkans “Feminist 94” for 10 years. She is the author of Diary of a Political Idiot, a war diary written during the 1999 Kosovo War and widely distributed on the Internet. Ever since then she has been publishing all her work, diaries, stories and films on blogs and other Internet media.

[IT] Femminista e attivista politica (Donne in Nero; CodePink) è scrittrice, giornalista, traduttrice e regista serba. Nel 1978 è nel gruppo promotore della prima conferenza femminista nell’Europa dell’Est, “Drug-ca Zena”, che si svolge a Belgrado. Con Slavica Stojanovic progetta e realizza la prima casa editrice femminista dei Balcani, “Feminist 94”, attività che durerà per 10 anni. È l’autrice di “Diary of a Political Idiot”, tradotto in 12 lingue in tutto il mondo: un diario di guerra scritto durante il conflitto del 1999 in Kosovo. Da allora pubblica tutti i suoi lavori, diari, racconti e documentari su blog e altri media, sempre legati ad Internet.

About jasminatesanovic

Jasmina Tešanović (Serbian: Јасмина Тешановић) (born March 7, 1954) is a feminist, political activist (Women in Black, Code Pink), translator, publisher and filmmaker. She was one of the organizers of the first Feminist conference in Eastern Europe "Drug-ca Zena" in 1978, in Belgrade. With Slavica Stojanovic, she ran the first feminist publishing house in the Balkans "Feminist 94" for 10 years. She is the author of Diary of a Political Idiot, a war diary written during the 1999 Kosovo War and widely distributed on the Internet. Ever since then she has been publishing all her work, diaries, stories and films on blogs and other Internet media.
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One Response to Come un’oca nella nebbia

  1. Mina fatti sentire, sono Gerri, di milano, qua sotto c’è la mia e mail

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